Principessa di San Martino al Cimino
Secondo la leggenda, Donna Olimpia era solita attirare aitanti giovani facendo cadere un fazzoletto dalla sua finestra. Dopo averne assaporato il piacere erotico se ne disfaceva in modo criminoso.
E ancora una leggenda dice che il fantasma di Donna Olimpia appare ogni notte a piazza Navona a bordo di una carrozza che poi si dirige a gran velocità verso il Gianicolo, fino alla Villa Pamphilj, per scomparire infine in una voragine di fuoco.
Tra le famose pasquinate: “Chi dice donna dice danno, chi dice femmina dice malanno, chi dice Olimpia Maidalchina dice donna, danno e rovina”.
La figura di Donna Olimpia non sempre è percipita benevolmente dall’immaginario collettivo. Colpa delle biografie romanzate, delle terribili leggende e delle pungenti pasquinate che per secoli hanno dipinto un ritratto poco felice della nobildonna.
Invece, San Martino al Cimino, oltre ad essere custode delle sue spoglie, è anche la roccaforte della sua venerata memoria.
E magari chissà, la Principessa si aggira ancora per il borgo, vegliando sugli abitanti come faceva un tempo sui suoi amati sudditi.

Io sono Olimpia Maidalchini e sono nata a Viterbo il 26 maggio 1591.
Per voi, mie cari posteri, come leggo sui libri, nelle toponomastiche o in tutte le opere umane che di me parlano o mi rappresentano, sono semplicemente Donna Olimpia.
Per taluni sono anche la Pimpaccia di Piazza Navona, per via di quelle pasquinate, ossia pungenti satire, in versi o in prosa, che i romani solevano attaccare su quella statua mutilata che chiamavano Pasquino.
Se in qualche modo vi siete già imbattuti nella mia storia, avrete un bel da fare per liberarvi di tutti quei pregiudizi e preconcetti intorno alla mia figura, ricordata sopratutto per le false leggende o le supposte malefatte.
Per i miei cari posteri di San Martino al Cimino, invece, non c’è mai stata ombra sul mio nome, e mi par di avvertire ancora una leggera nota orgoglio, di piacevole venerazione o di timido affetto quando pronunciano: Donna Olimpia.
A San Martino sono ancora amata e rispettata come la Principessa che ha dato vita al Principato. Sono l’antenata di tutti, la benefattrice, la ragion d’essere dello stesso borgo e di tutti i sui abitanti. Ed è proprio qui che ho deciso di far riposare le mie spoglie. Ed è sempre qui che la mia anima continua a vagare: in Abbazia, nel mio Palazzo, nelle grandi piazze, lungo le casette a schiera o tra i vicoli nascosti.
Se a volte sentite un improvviso fruscio, una leggera folata che solleva le foglie, un ombra che oscura il sole, non pensiate sia il vento o siano le nubi. Sono io, che vi sto passando accanto, con le mie lunghe vesti…

Colombo Bastianelli, a voi contemporaneo, da oltre 30 anni si sta dedicando alla mia biografia.
Se resterete a San Martino al Cimino quanto basa per voler scoprire e apprezzare il paese, non vi sarà difficile imbattervi in Colombo, giacché lo storico pamphiliano è il naturale custode dei miei luoghi fisici e della mia memoria.
Nei suoi libri mi descrive così: “Una donna dal carattere forte. Astuta, indipendente, intelligente, coraggiosa e avida di potere, che ha saputo cavalcare le scene della vita politica e religiosa della prima metà del ‘600.
Conciliando ambizione e buongusto, ha scelto con cura le sue amicizie circondandosi di grandi artisti. E quando benessere, potere e nobiltà non le sono più bastati, ha dato vita al suo progetto più amorevole: San Martino ai Monti. In politica si dimostrò donna senza scrupoli, capace di tutto pur di arrivare. Troppo avanti per quei tempi. Odiata e amata, figura scomoda in quanto donna”.
Certamente un po’ duro quando dice “donna senza scrupoli”. Tuttavia lo perdono. Dopotutto, da giovane vedova ho lasciato la provincia per andare “in mezzo ai lupi” e ho vissuto in un tempo in cui il mondo era solo appannaggio degli uomini.
Nata nel 1591 dal marchese Sforza Maidalchini e dalla nobildonna orvietana Vittoria Gualtieri, insieme alla sorelle minori, Ortensia e Vittoria, fui destinata alla vita monastica per evitare che il ricco patrimonio di famiglia fosse diviso a beneficio delle doti. Andrea, il fratellastro nato dal precedente matrimonio del marchese, del quale era rimasto vedovo, veniva in tal modo designato come unico erede.
Tuttavia, Olimpia, dal temperamento combattivo e ribelle, non rimase molto in convento. Dopo la sua morte fu detto che la ragazza, pur di liberarsi dal suo destino, denunciò alle autorità religiose il frate agostiniano, suo educatore, con l’accusa di aver ricevuto da lui offerte troppo zelanti e non consone a quel luogo di preghiera. Stando ad altre fonti biografiche, furono invece le strazianti suppliche di Olimpia che ebbero infine la meglio.
Uscita dal convento, all’età di 17 anni fu data in sposa a Paolo Nini, con il quale andò a vivere nel suo Palazzo nel centro storico di Viterbo. Ben presto nacque il figlio Nino ma l’epidemia della peste, che aveva colpito tutto il patrimonio di San Pietro, la gravò del lutto del marito e del primogenito. Rimasta vedova a poco più di 20 anni, con una cospicua eredità da difendere, fu oggetto d’attenzioni di tanti pretendenti che regolarmente chiedevano la sua mano al padre. Ma ormai Olimpia non sottostava più al volere paterno, amministrava le sue rendite con oculatezza e bramava per costruirsi un nuovo futuro.
Convinta che il suo nuovo matrimonio doveva avvenire fuori Viterbo, e magari concordato con una famiglia nobile, iniziò a frequentare le famiglie più in vista della nobiltà romana. Ben presto capì anche il suo desiderio di voler professare le idee in modo libero e di “far politica”.
Tramite Monsignor Gualtieri incontrò il marchese Pamphilio Pamphilj, più grande di lei di circa 30 anni. La famiglia nobile dei Pamphilj annoverava personaggi di primo piano e alti prelati, ma le sue risorse finanziarie in quegli anni non erano floride.
Pamphilio era un uomo di grande cultura, affabile e raffinato. Durante un pellegrinaggio a Loreto chiese la mano di Olimpia e nel mese di novembre del 1612 si sposarono a Roma. Tutta la città andò a vedere il matrimonio di un nobile aristocratico romano e una ricca ereditiera che veniva dalla provincia.

Quando mi sposai con Pamphilio andai a vivere nella sua casa paterna, un palazzetto senza alcuna pretesa architettonica, con una modesta servitù.
La misera facciata dell’edificio romano si prospettava sul Circolo Agonale, che oggi voi chiamate piazza Navona per via della sua forma di grande nave.
Nel palazzo viveva anche il fratello di mio marito, mio cognato Monsignor Giovanni Battista, noto avvocato concistoriale e ben avviato alla carriera ecclesiastica.
Mio marito Pamphilio era un uomo di grande cultura, affabile, raffinato nei modo e dal temperamento mite. Amava lodare le mie grazie e le mie virtù. Ringraziava la sorte che si era posata su di lui perché, ormai quarantottenne, aveva perso la speranza di contrarre un nuovo matrimonio, per di più con una donna molto più giovane di lui, di buone maniere e con una ricca dote in danari e rendite.
Io avevo portato freschezza e femminilità in una famiglia di soli uomini: uno prete e l’altro marchese da troppi anni vedovo e solo.
L’incontro con mio cognato Giovanni Battista avvenne qualche settimana prima della celebrazione del mio matrimonio con Pamphilio, proprio nel Palazzo di Piazza Navona, dove lui stesso aveva organizzato un pranzo invitando tutti i parenti e qualche amico della nobiltà romana.
Fu una giornata che porto ancora impressa nella mia mente, sia per la felicità che aleggiava in quell’atmosfera che stavo vivendo, sia perché ero ben consapevole che stava iniziando un nuovo capitolo nella mia esistenza. Mi ritrovai a parlare di qualsiasi argomento con disinvoltura e, nonostante io fossi ancora molto giovane, impressionai i commensali per la mia oratoria e per il mio modo deciso di affrontare la vita. Mi intendevo già di arte e di politica, e nulla lasciava intendere la mia provenienza da una cittadina e da una ideologia strettamente provinciale.
Dopo il matrimonio divenni sempre più generosa e magnanima nei confronti di mio cognato, tanto da trasferire in lui i mie sogni di grandezza. Intanto, gli anni passavano e la famiglia Pamphilj progrediva sia economicamente quanto politicamente. In sette anni nacquero i miei tre figlioli: Maria, Camillo e Costanza.
Più il tempo scorreva e più mi rendevo conto che questo mio cognato aveva tutto quel che necessitava per poter ottenere importanti cariche nella gerarchia ecclesiastica. Però lui era poco recettivo, per via di quel suo maledetto carattere sospettoso e diffidente, e di quel suo atteggiamento sempre indeciso.
Non era di bell’aspetto, ma vigoroso. Sopracciglia folte, viso rosso acceso, labbra carnose, occhietti lucidi e infossati. Sentivo per lui un impulso di dedizione. Le male lingue, vedendoci spesso insieme, iniziarono a parlare di amori incestuosi e il popolino romano, sempre avverso alla nobiltà, ci chiamava gli amanti felici.
Ricordo quel giorno che dissi a Giovanni Battista che lo avrei fatto giungere alla berretta cardinalizia, e ridendo aggiunsi: “E perché no Papa!”
Ridemmo… lui aveva già capito che i nostri progetti erano condivisi e che far avanzare la sua carriera ecclesiastica era il mio modo di fare politica. La mia risolutezza ha consentito che si compiessero le nostre ambizioni e si esaudissero le nostre fantasie giovanili.
Giavanni Battista Pamphilj, aiutato dalla grande intelligenza e intraprendenza politica di sua cognata, nel 1644 venne innalzato al soglio pontificio con il nome di Innocenzo X. E sempre grazie all’intraprendenza di Donna Olimpia il Papa si fece committente di straordinari progetti architettonici ed opere d’arte affidate ai più grandi artisti dell’epoca.
A beneficiare degli investimenti delle casse pontificie fu anche San Martino ai Monti che in quegli anni, a causa dell’affievolimento del periodo monastico, stava conoscendo un lento declino. Terra incolta e desolata tra macchie scure e selvagge, questo luogo sembrava ormai destinata all’oblio. Con l’elezione di Innocenzo X, e grazie a Donna Olimpia, per San Martino iniziò invece un nuovo sviluppo che portò un incredibile splendore certamente inaspettato.
Donna Olimpia volle realizzare su queste terre quello che è considerato il primo piano urbanistico nella storia dello Stato Pontificio. Come aveva già fatto per le architetture di Piazza Navona, chiamò alla raccolta i più grandi artisti del Seicento, tra cui la consulenza del Cavalier Francesco Borromini, architetto della famiglia Pamphilj.
Sotto la direzione del Borromini lavorarono altre due importanti figure:
– Marcantonio De Rossi, architetto militare bergamasco, già famoso a Roma per la fortificazione delle mura gianicolensi e di Trastevere, e autore della famosa Porta Portese;
– Padre Virgilio Spada che, in virtù della grande amicizia giovanile con Innocenzo X, ottenne la dirigenza e sovraintendenza di tutte le fabbriche innocenziane.
Nel 1645 Donna Olimpia venne eletta dal Papa Principessa di San Martino ai Monti. La nobildonna diede il via alla progettazione e programmazione per la costruzione di un borgo che fosse futuristico per l’epoca: botteghe, case, ospitali, fontane, avanzati standard igienico-sanitari, sicurezza del culto e della vita in genere.
Il nuovo borgo venne concepito con l’abbazia medioevale al centro, nella sommità del complesso. Accanto al luogo di culto venne edificato il Palazzo nobile, poggiandolo sopra una struttura abbaziale che al tempo dei monaci cistercensi dava ricovero e ospitalità a tante colonie di pellegrini che, percorrendo la Via Francigena, si dirigevano verso Roma per pregare sulla tomba dell’apostolo Pietro.
Oggi come allora, quando ci si affaccia dalla Porta Viterbese verso il paese, si è subito rapiti da un bellissimo quadro con tre grandi elementi: nella sommità l’Abbazia Cistercense, fulcro del potere religioso e il Palazzo nobiliare, fulcro del potere civile di Donna Olimpia. A valle il feudo, ossial’abitato, fulcro della vita comutaria.

Scrivere per voi la mia storia mi fa rivivere, con non poca commozione, gli antichi splendori, quando i vostri antenati, miei amati sudditi, mi chiamavano “Nostra Signora”, con quell’affetto e fare un po’ rude tipico della gente schietta di montagna.
Avevo realizzato il mio grande sogno a favore della mia gente che ho sempre amato, e l’avevo ottenuto tra tante difficoltà economiche e politiche. Era sorto San Martino ai Monti.
C’erano voluti circa 6 anni per edificare il borgo. Un prezioso gioiello di architettura urbanistica che ancora oggi prendete a modello nelle più importanti università.
Cinta muraria con due porte urbiche, grandi piazze, larghe vie e viuzze. Palazzi pei i nobiliari e i prelati, fonti d’acqua in tutte le contrade e soprattutto abitazioni per le nuove famiglie che man mano andavano ad ingrossare la popolazione locale.
Disposi che tutte le case potessero essere acquistate a riscatto da chi aveva costruito il Palazzo di corte. E quando il borgo diventò un Principato nel 1653, io decisi che i miei sudditi fossero esentati dal pagamento delle tasse e stabilii che fosse data una dote a tutte le ragazze che dopo il matrimonio avessero deciso di restare a San Martino.
La terra di San Martino, che prima del papato di Innocenzo X era sconosciuta e abbandonata tra macchie selvagge e terre incolte, divenne famosa tra la nobiltà romana, e simbolo di magnificenza architettonica di cui tutti ne innalzavano le lodi.
Mio cognato volle concedermi il titolo di principessa dell’attuale San Martino al Cimino, all’epoca denominato San Martino ai Monti.
Nell’ottobre del 1653 lo invitai a visitare il borgo. Lo aveva visto alcuni anni prima, quando era ancora in costruzione. Ricordo il suo stupore nell’ammirare la chiesa abbaziale e il nuovo piano baronale del palazzo. Ma più di tutti ricordo la commozione che lo avvolse quando vide la porta a valle, opera del Cavalier Borromini, e la grande lapide marmorea in suo onore, che io stessa volli posta sulla sommità.
Nei dieci giorni che trascorse a San Martino mio cognato sembrava rinvigorito. Mi confidava che l’aria salubre del posto e la lontananza dai problemi politici del Vaticano, avevano un effetto benefico sul suo corpo, ormai logoro anche a causa degli anni.
Innocenzo X morì il 7 gennaio 1655 e il suo successore, Papa Alessandro VII, tra i suoi primi atti esiliò Donna Olimpia in perpetuo dall’urbe, imputata di aver sottratto ingenti denari alla dataria pontificia.
Tra grande giubilo e soddisfazione dei suoi detrattori, e di quanti le furono avversi durante il pontificato del cognato, la nobildonna lasciò in fretta le sue dimore romane (Palazzo Pamphilj in piazza Navona e in via del Corso) per rifugiarsi a Orvieto, in una casa messa a disposizione dai Priori del Buon Governo in quanto esiliata.
Intanto l’epidemia di peste bubbonica che saliva la penisola, provenendo dal Regno di Napoli, mieteva sempre più vittime. Donna Olimpia fece appello al Papa per poter lasciare Orvieto e tornare a Viterbo. Dopo aver chiesto l’intercessione di tante figure vicine al pontefice, e che le erano rimaste fedeli, Donna Olimpia ricevette la notizia che Papa Alessandro III aveva rinunciato al processo istituito contro di lei e che poteva far ritorno nella sua città natale.

Alle prime luci di domenica 12 novembre 1656 partii in carrozza e arrivai a Viterbo nel pomeriggio inoltrato.
Con grande emozione rientrai nel palazzo del mio primo marito Paolo Nini, posto nel cuore della Viterbo medioevale. Mi sembrò che il tempo non fosse mai passato. Tutto mi ricordava il periodo del mio primo matrimonio e le successive pene. Avevo lasciato quella casa per l’epidemia di peste, dove aveva trovato la morte prima mio marito e poi mio figlio, e vi facevo ritorno dopo quarant’anni, dovendo ancora combattere la peste.
Nei giorni successivi riuscii ad ottenere il permesso dal governatore per poter andare a visitare le mie sorelle che erano suore nel convento di San Domenico. Viterbo era una città invasa dalla pestilenza. Si aprivano lazzaretti in tutte le contrade ed era diventato difficile persino seppellire i morti, che a volte venivano murati dentro le abitazioni.
Capii che la città non era più sicura e presi la decisione di venire a rinchiudermi nel mio palazzo qui San Martino ai Monti, dove giunsi, insieme a pochi domestici, nei primi giorni di marzo del 1657.
Anche in questo mio piccolo feudo la peste mieteva vittime e al nostro arrivo trovai solo il castellano ad aspettarmi. Mi disse che ormai da molti giorni il borgo si era svuotato perché quasi tutti gli abitanti, per sfuggire il contagio, erano andati a vivere nelle grotte e nelle capanne.
Dopo pochi giorni dal nostro arrivo non avevamo più legna da ardere, tanto che si pensò di fare il fuoco con alcuni mobili di poco valore, per cucinare e per riscaldarci. La primavera e l’estate passarono tra grandi difficoltà. Ricordo che già dal mese di luglio era anche difficile reperire gli alimenti necessari per vivere.
Il paese era avvolto da una coltre sinistra. Tutto sembrava fermo, immobile. I vigneti, gli uliveti e i prati della vallata mi apparivano come inghiottiti da una foschia grigia, impenetrabile. Io trascorrevo le mie giornate in un angolo della terrazza del palazzo, al riparo dal sole, in una sorta di torpore sonnolento. Nella piazzetta sottostante vedevo solo fugaci ombre di sudditi che si aggiravano guardinghi. Non si udivano rumori provenire dal paese e il palazzo era immerso in un assordante silenzio.
Al tramonto mi facevo accompagnare in chiesa e nel mio dialogo con Dio raccomandavo la salute mia e di tutti i miei cari.
Ben presto però mi resi conto della realtà, la pestilenza era entrata nel palazzo e aveva contagiato una domestica che feci subito trasportare a Viterbo per le cure. Agli inizi di settembre iniziai a stare male anch’io e la situazione peggiorò dal giorno 8 settembre, festa della natività della Vergine Maria. Avevo contratto il morbo.
La malattia progredì molto in fretta procurandomi atroci sofferenze e pochi momenti di lucidità. All’imbrunire del 26 settembre 1657, senza le mie donne ad assistermi, e nella completa solitudine, esalai l’ultimo respiro. Volli essere sepolta nel mio feudo, nell’abside della mia amata abbazia, davanti all’altare maggiore, dove ancora oggi riposo e dove sopra di me una lapide tiene impresso il mio testamento spirituale a riprova dell’amore che ho sempre avuto per San Martino e per tutte le mie genti:
“Olimpia Maidalchini Pamphilj, principessa di San Martino, consapevole della umana mortalità, prevedendo l’ultimo giorno con il pensiero dell’immortalità spirituale, qui prescelse ed eresse il suo sepolcro, come religiosa pietà le suggeriva, per sentirsi protetta in vita e in morte dal perenne aiuto del Santo Tutelare e chiedere in pari tempo abbondanti preci e suffragi agli abitanti del suo feudo, da questo momento invitati a ricordarla”.
“Ricordatemi nei secoli a venire perché io per voi ho costruito un borgo nuovo, l’ho ornato di mura, di case, di fontane, di acqua, della presenza di Papa Innocenzo X e di tanti nuovi benefici”.
Donna Olimpia Maidalchini in Pamphilj – 26 settembre 1657
