Complesso Abbaziale

Complesso Abbaziale

La Chiesa Abbaziale

L’architettura dell’abbazia di San Martino rappresenta il classico stile cistercense di tipo più evoluto rispetto a quello semplice delle altre abbazie dell’Italia centrale. Gli edifici abbaziali di San Martino al Cimino si dispongono a sinistra, anziché a destra come previsto nella tradizione delle costruzioni cistercensi. Ciò è dovuto all’opportunità di utilizzare edifici preesistenti.

La facciata è orientata ad ovest ed è racchiusa da due torri campanarie  innalzate tra il 1651 e il 1654 durante i lavori di ristrutturazione promossi da Donna Olimpia. A sezione quadrata ed ornate da esili colonnine incassate, le torri sono traforate da due bifore racchiuse in un arco a sesto acuto e terminano con una copertura cuspidata.

Sul corpo centrale della facciata si aprono il portale, sormontato dall’arme gentilizia  marmorea di papa Innocenzo X, e il grande finestrone composto da una duplice trifora e da una polifora; le forme gotiche, assai progredite, suggeriscono che possa essere stato aperto non prima della prima metà del XIV secolo, in sostituzione del primitivo rosone centrale.

Sul fianco esterno della navata sinistra, all’altezza della prima campata, nel punto di chiusura di un lato del chiostro, si apre una porta architravata che doveva mettere in comunicazione con il dormitorio dei conversi. Sul medesimo lato si intravede una seconda porta, ora murata. Si tratta della porta dei monaci (XII secolo), contraddistinta da un architrave decorato da croce gigliata e grappoli d’uva.

L’austero interno dell’abbazia, a croce latina, appare suddiviso in tre navate: una grande centrale e due minori laterali.

All’inizio della navata centrale è collocata la grande lapide marmorea che in origine era posizionata in controfacciata. Fu voluta da Olimpia Maidalchini Pamphilj nel 1647, a ricordo delle benemerenze del Cardinal Raniero Capocci, benefattore della costruzione, e del cardinal Francesco Piccolomini:

Consacrato a Dio in onore di San Martino Vescovo, l’antichissimo tempio già costruito da Raniero Capocci viterbese, cardinale di Santa Romana Chiesa, poi quando era in stato di rovine, riparato dal cardinale Francesco Piccolomini, che divenne Pio III, da poco con nuova cura dettata dalla sua pietà e dalla sua magnificienza, Olimpia Maidalchini Pamphilj, Principessa di San Martino, restaurò e adornò nell’anno del Signore 1647

All’inizio della navatella destra si nota l’elegante fonte battesimale della seconda metà del XV secolo con lo stemma della fabbrica di San Pietro, testimonianza del periodo in cui l’abbazia risultava direttamente riunita al Capitolo Vaticano (1564-1645). Il fonte è circondato da una cancellata in ferro battuto, di scuola Borrominiana,  con le insegne pamphiliane. Originariamente il fonte era destinato a racchiudere l’altare privato  della famiglia Pamphilj.

La navata centrale termina in un coro poligonale coperto da una volta a otto vele,  illuminato da un doppio ordine di monofore, unico esempio in una costruzione cistercense. A destra, la porta dei morti immetteva nel piccolo cimitero volto a sud; a sinistra, la porta, attualmente murata, conduceva ai dormitori.

I due bracci del transetto, coperti da volte, hanno dalla parte dell’abside una specie di navatella dove si aprono quattro  cappelle, suddivise nei due lati; sopra  al capitello dell’ultima colonna a destra della navata centrale è posto lo stemma del card. Piccolomini sormontato dalla data 1225. Nel coro, campeggiano le sontuose lapidi funerarie di Olimpia Pamphilj e del principe Girolamo Pamphili, eseguite rispettivamente nel 1647 e nel 1760.

Nel transetto di destra un frammento di affresco ancora visibile mostra la Madonna con Bambino tra Santi, sormontata da angeli  e dal cartiglio Cosolatrix afflictorum. La peculiare composizione è dovuta a un pastiche di età barocca che ha in parte ridipinto un precedente affresco di analogo soggetto di età  medievale.

Nel transetto sud è collocato un frammento di affresco con Madonna in trono con Bambino. L’iscrizione frammentaria che corre sotto al dipinto fa sì che possa essere datato postequem 1254, data di morte del cardinal De Torres. 

Nel transetto sinistro simile a quello di destra, che con il coro risulta essere la zona più antica dell’edificio, si apriva la porta alla vecchia sacrestia, e una scala, demolita durante i rifacimenti pamphiliani, conduceva ai dormitori dei monaci.

La tela seicentesca, commissionata dalla Confraternita per l’altare del S. Rosario, raffigura la Vergine del Rosario. Risulta realizzata nel 1621 e attribuita al pittore Giovanni Altobelli da Collevecchio.  

Di notevole interesse lo stendardo processionale posto nelle cappelle sud, eseguito dal pittore Mattia Preti  (detto il Cavalier Calabrese) su commissione della locale Confraternita del SS. Sacramento. Voluto da Donna Olimpia per le celebrazioni dell’Anno Santo del 1650, lo stendardo rappresenta sul verso il Salvator Mundi e sul recto San Martino che dona il suo mantello al povero.

Il Chiostro

Seppur ridotto in una piccola porzione (scomparso tra il XV e XVI secolo), rimangono ancora lacerti del chiostro la cui struttura claustrale doveva estendersi e racchiudere l’attuale spazio esistente tra il Palazzo Parvum e il fianco settentrionale della chiesa abbaziale. Come evidente dai resti dei capitelli e delle mensole di appoggio degli archi, sulla muratura del lato est, il chiostro si articolava su due piani, con il secondo direttamente collegato al complesso dei dormitori.

Il chiostro, gran parte scomparso tra il XV e XVI secolo, è menzionato nei documenti per la prima volta nel 1244, claustrii monasteri in camera abbaris.

Era chiuso quasi completamente su tre lati dai fabbricati abbaziali e il quarto si addossava alla chiesa, con duplice galleria illuminata da archetti retti da colonne semplici, alternate a colonne binate.

Sul lato est si affacciano oltre al locutorium, la sala capitolare, l’armarium e lo scriptorium.

Notevoli sono le porte che si aprono sul chiostro: quella che conduceva ai refettori monastici, nell’odierno Palazzo Pamphilj, si presenta con un arco riccamente adorno con un motivo a stelle; nella lunetta è inserita una croce entro uno spazio trilobato.

II chiostro, inoltre, comunica con la chiesa per mezzo di altre due porte, una detta dei conversi, e l’altra, denominata dei monaci, che si apre sull’angolo sud-est, sotto la torre scalare, nella cui lenetta è stata reimpiegata una lastra romanica raffigurante una croce latina da cui partono girali di vite, e forse appartenente al cenobio di San Martino.

La Sala Capitolare

Questo ambiente, a cui si accede dai resti dall’antico e ormai quasi scomparso claustrum monasterii, fu edificato dai monaci cistercensi nella prima metà del XII secolo e consacrato con il resto del complesso abbaziale nell’anno 1225 dal Cardinale Raniero Capocci e dall’Abate Giovanni II.

Il Capitolo era il luogo dove quotidianamente iniziava e terminava l’ufficio giornaliero; i monaci vi si riunivano per la lettura di un capitolo della regola di San Benedetto.

La sala consiste in una grande sala rettangolare, costruita sul prolungamento del braccio nord del transetto, dal quale è divisa solo per mezzo dell’ambiente oggi adibito a sagrestia e posto adiacente alla chiesa.

Vi si accede dall’antico e ormai quasi scomparso chiostro, claustrum monasterii.

La sala si presenta a navata unica, divisa in tre campate coperte da tre crociere costolonate e da una larga arcata. La cornice che corre lungo le pareti, sotto le lunette decorate, è costituita da elementi conici detti peducci, sui quali ricadono le nervature delle crociere, del tutto simili a quelli dell’ambiente contiguo, il locutorium.

I peducci a cono rovesciato sono simili a quelli della camera capitolare dell’Abbazia di Pontigny (Francia), stante a indicare che probabilmente a San Martino lavorarono le stesse maestranze di monaci borgognoni che edificarono i locali dell’abbazia francese.

Nella parete destra si aprono due porte, una conduce all’ armarium, l’altra murata, immetteva nella sagrestia: sull’architrave è scolpita la data di consacrazione del complesso abbaziale (1225).

Gli affreschi del fascione centrale contenente lo stemma composito in stucco policromo appartiene al Cardinal Ottaviano Sforza Riario, Vescovo di Viterbo e figlio di Girolamo Riario. Furono eseguiti nel 1506, come riferisce la relazione che accompagna la planimetria cinquecentesca: «Attorno alla canonica evvisi la camera detta del Capitolo in volta, con stucchi e bellissime pitture fatte nel tempo di Raffaelle d’Urbino, con grotteschi simili a quelli del Vaticano et hoggi maggiormente ornata.»

Le decorazioni delle vele risalgono alla seconda metà del ‘500 e furono eseguite per il cardinale commendatario Alessandro Farnese.

Le grottesche che ornano il soffitto a volte della sala capitolare di San Martino possono essere paragonabili a quelle presenti nella sala della Cagliostra di Castel Sant’Angelo, nella quale Luzio Romano e Pellegrino Tibaldi dipinsero, tra esili racemi fioriti: sfingi alate, pergole, farfalle e centauri.

Le tende sospese ricordano, invece, quelle dipinte da Domenico Zaga in una lunetta della sala di Apollo, sempre a Castel Sant’ Angelo.

Le raffigurazioni nei riquadri a fondo nero sembrano, invece, riprese dal corridoio pompeiano che congiunge la sala della Biblioteca con la sala Paolina, decorato da Cristoforo Gherardi detto “il Doceno”.

Le decorazioni delle lunette sulle pareti che raffigurano i possedimenti di Donna Olimpia, detti “castella” di Attigliano, Alviano, Monte Calvello, Poggio di Guardea, furono eseguiti nel 1652 dal pittore di casa Pamphilj, Gaspard Doughet, conosciuto anche con il nome di “pussino”.

Sulla parete che sovrasta la porta di ingresso è posta una scena della mitologia greca che rappresenta “la morte di Atteone”, eseguita anch’essa nel 1652 dal pittore Guillerme Courtois, detto “il borgognone”.

Il pavimento costituito da lastre esagonali in marmo bianco e bardiglio, venne realizzato su disegno di Francesco Borromini, il quale risulta del tutto simile a quello delle navate laterali di San Giovanni in Laterano.

La Sala dei Monaci o Scriptorium

La Sala dei Monaci è un ampio ambiente a pianta rettangolare disposto parallelamente ad un lato del chiostro e costruito intorno all’anno 1217.

La sala, conosciuta anche come Scriptorium, è divisa in due navate e coperta da otto volte a crociera sottolineate dall’incrocio dei costoloni che partono da tre pilastri costituiti ciascuno da un fascio di otto colonnine; le finestre sono allungate ed hanno l’arco a tutto sesto, come quelle della chiesa.

Non è difficile trovare somiglianza tra questo ambiente e quelli affini delle abbazie di Casamari e Fossanova; l’architettura della sala ha caratteristiche simili alle abbazie francesi di Pontigny e Fontenay.

Attualmente il locale ospita il Museo dell’Abate, la cui raccolta comprende oltre a paramenti sacri, tra cui spiccano i paramenti litutgici donati nel 1653 da Donna Olimpia a suo cognato Papa Innocenzo X: una croce processionale in argento del XIII secolo, reliquari in argento e legno, calici; pissidi, crocifissi, lavabi, e una interessante quadreria seicentesca, tra cui il ritratto di Innocenzo X, attribuito alla scuola del grande pittore spagnolo Diego Velasquez.

Il Locotorium e i Dormitori dei Monaci

Al di sopra della Sala Capitolare e dello Scriptorium si estendono i locali adibiti a dormitorio dei monaci. Rispetto a come dovevano apparire nel periodo medioevale questi risultano fortemente rimaneggiati e restaurati durante la commenda di Pio II. Difatti, l’alzato di tale edificio fu sopraelevato di un piano, come dimostrano gli stemmi cardinalizi inseriti i più punti del paramento murario.

Il locutorium (portineria)

Coperto da volte ogivali costolonate quadripartite, sostenute da peducci, del tutto simili a quelli riscontrabili nelle prime due campate della Sala del Capitolo e nelle mensole del chiostro, oltre a costituire l’ingresso principale dell’Abbazia, e dove ogni mattino venivano assegnate le mansioni giornaliere, era il luogo di colloquio e di contatto tra i monaci.

Secondo lo schema costruttivo descritto nel novum monasterio, voluto da San Bernardo di Chiaravalle, il locotorium è situato tra la Sala Capitolare e lo Scriptorium.

Edificato da maestranze pontiniacensi, sarebbe stato eretto in un lasso temporale assai prossimo a quello della Sala Capitolare, entro la prima metà del XIII secolo.

Nel corso della seconda metà del XVIII secolo, all’antica porta d’ingresso del complesso abbaziale, per volere di Donna Olimpia venne addossato un grande portale barocco per creare una consona scenografia all’antistante piazzetta detta del Teatro (attualmente Piazza Nazionale).  La piazza, pianificata da padre Virgilio Spada, oltre a riprodurre a grandi linee l’emiciclo degli alloggi del cortile interno di Castel Sant’Angelo in Roma, fu concepita anche per mettere in risalto l’asse longitudinale del nuovo borgo, i cui vertici si identificavano nella porta Viterbese e quella Romana.

L’interno della struttura locutorium – porta del teatro fu ornata con un tondo devozionale in tela, realizzato su commissione della Comunità e realizzato da autore ignoto nella seconda metà del XVIII secolo, rappresentante la Vergine con Bambino e conosciuto dai documenti come Madonna dell’Arco, oggi conservato nel museo attiguo.

Il dormitorio dei Monaci attualmente ospita la Biblioteca Abbaziale.

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